K A Λ
Y M M
A T A
K A L I M A T A
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I n v o l u c r i v e l i c o p e r t u r e
b u c c e p e l l i g u s c i
f a v i r e t i t o m b e
di
G A E S P E S
" Spegnere il purgatorio...
ballare imballando l'anfibolo "
ARCHETIPI
Forme tipo
scolpite nel pensiero
stolida arca
come note d'antica
melodia che stenta
a sovvenire.
Lumi tiranni
lucidamente impressi
nel mio codice primo
atomi giocolieri di vitali
confusamente copulati
ad intricare il velo.
Coaguli dell'ibrido
torpedini infernali
non so vincervi
da solo
non son io
che vincerò.
* * *
GOCCIA
Sopra un monte
di spirito una goccia
di materia. La rovina
per niente distrattamente l'irrevocabile.
Una mano si presta e ti tira
nel fango. Così ti risvegli
nell'attimo della tua rotta
bufera. Ma solo dopo
che tutto resta inezia.
* * *
ON EST SEUL...
On est seul avec ce qu'on aime.
uomo solo che non piangi
con chi piange che non ridi
con chi ride tu non odi
quel che cede sotto peso
d'altre vite non dai cuori
della carne che ricerca
tuo conforto.
Ma il tuo pianto
è pianto senza lacrime...
il tuo riso
è solo un volto
mentre stretto nella morsa
recitata cieco aneli
ai lucori d'altre fonti
senza meta.
* * *
KÂLI MÂTÂ
Se amare è stato anche
soffrire solo per
sapere che si soffre
allora ecco mio amore
che appari distruttore
mi copri gioie e fervore
quando non siano canto
al tuo signore.
Rinumeri le sponde
fra povertà e ricchezza.
E la ricchezza è incerta
povertà.
* * *
SESSO
Non è, questo, il mio
senso, instabile respiro
che mi rinchiude l'aria e cerca
boschi e nuvole non trova.
Non è in questo il motivo, compiaciuto
bruciare sotto i luoghi delle forme
di mani insoddisfatte, d'occhi lucidi
sfuggiti.
Non è questa
la fine degli intuiti
insaziabili
degli sguardi divisi delle ansie
solerti.
E solitarie.
Non è questo il mio vento
non è questa
l'amore
questa trottola
in
fame.
***
LE IDOIERÌDI (*)
Siamo la melanconica ingordigia
la nudità imbastita dell'immagine
le muse della frivola voragine.
Cresciamo sull'arvense anima strette
a cime delle astute flore egotiche
gettando giù nel limo dalle vette
l'umanità che entusiasmata e ligia
ai nostri fumi scorge la conquista
nelle sue proprie pulsioni cervellotiche.
Quando poi lesa si solleva e asciuga
le propiniamo il mito della fuga,
che la riappresti ancora a quella pista.
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(*) Sacerdotesse della forma
* * *
EFESO
Mantiene il tempo solo la riserva
di memoria che dorme
fra le scene sommerse.
E ne percorre margini di pietra
scorticata
a unione delle imprese
d'esperienze contese
e di mani sconfitte.
Sempre teatro solo ad una gloria
rifiutata da un mare
che trascorre solerte
e le vite riflette
nel suo umido sale
grembo per ogni male
nella goccia, ed uguale.
Levigheranno spine, immagini e fermenti
quelle foto rapprese sui discorsi
e le bibite aizzate...
e andrà a seccarle tra le gioie austere
chi detiene il suo mondo ed ogni fuoco
che vi inalbera il senso.
Cosa ti cambierà l'aver guardato
toccato e sglomerato con ingegno
il sasso alzato da un vetusto impegno?
Fra le colonne stese, sterpi e foglie;
formiche da turismo e grilli in canto;
capriccio a buon mercato e insofferenza...
il tempo muove solo il nuovo manto,
sopra l'antico cuore spento
testimone.
* * *
EGEO
Sale come lontana
l'0rgia dei suoni con il vento
dall'oscuro lenito da comode tinte,pozioni di fuga.
E s'incita in pena col sollievo
d'istanti aspettati da svegli giacigli.
Mykonos sfiora ed ignora,
da luci che attendono alba
tra i frutici avari ed i sassi
riarsi, gli abbracci nel cielo isolato,
eletta alle veglie di nobile urbana.
E mentre il metallo s'allaccia nei fumi soffusi
a lucidi incontri e cristalli,
noi soli esiliati alla notte,
con essa zelanti prigioni di sguardi invitati,
coi nostri fantasmi pasciamo...
su scogli macchiati di ombre e di luna
fra gocce di bianco bisanzio a un messia profanato,
a spegnere pregne candele dinanzi alle croci
d'una ruvida infanzia e ritessere intorno
derisione tiranna.
* * *
KERKYRA
Il fuoco sopra questa pelle fragile
il sole mi ha donato nel suo abbraccio
perché più poi così non ne gustassi.
Il mare e le sue sabbie già esplorate
io non esploro, immobile
privo delle moderne dotazioni.
Corfù vicina, ed io distante
in un albergo:
yoghurt, melone. E troppe sigarette...
Perché gli abbracci ad una pelle morbida
sono come alle spighe in un camino
i grani avvinti spesi nell'incendio.
Non è nei mari, non sui nuovi accordi,
e dalle sere madide di birre,
l'illimitante guida d'un cammino.
Ricerche atroci in bar colonizzati,
sguardi feroci per chi non s'intona...
per una stretta in più, che s'abbandona.
E il canto nel poeta irradia languido
dai mondi che non stanno assisi al sole.
Ma solo sa cantar quel che non è.
* * *
PIACERE
Svolge l'umida capienza
largibile che crolla al colmo.
E sfibro dimensioni
tragiche, d'oscuro
in abbandono.
Morire poco a poco
per non morire non
sapendo.
* * *
L'HIMALAYA
L'Himàlaya delle vette e dell'altura,
l'Himalaya di silenzi inconcepiti,
l'Himalaya del sacco pellegrino...
l'Himalaya è dentro.
Dentro l'arsa stretta bassa valle
dentro il groppo vorace d'un rumore guasto
nelle fogne scoppiate della rabbia,
che si chiude al ricordo.
L'Himalaya del pulito mai saputo,
delle candide rocce preesistenti
di fondi baratri aperti sulle acque,
che vanno senza indugiare,
che sanno sacrificare...
l'Himalaya è dentro,
adesso e non importa quando,
dentro le vili corsie degli accasciati
che hanno votato momenti alla rovina,
dentro le ebbre discoteche dei mattini,
inganno e ridere e sputare all'alba,
dentro il convulso eccedere del monco
nelle strade di notti testimoni
delle scarpe che lì vanno
e vanno
e vanno
dove non sanno le anime del danno.
L'Himalaya è dentro tutto quanto
e tanto ancóra,
nei ricordi indecisi in un presente
di futuro incosciente
che farà il dentro fuori.
* * *
ORCHESTÒLITON
Danza !
Danza pensiero
a una musica sempre suonata
a una stirpe domata
d'un legato mistero.
Segui il cantico e i mondi
che s'incrociano ancóra innovati
e ricevono luoghi provati
e vaiati profondi
in un imo foriero.
Danza !
Danza, non camminare !
Muovi alteri i tuoi passi
ad eludere i sassi
che ti fanno inciampare.
Addormeta le serpi
coi tuoi anelli leggeri
e gli sguardi severi.
Ed appiana gli sterpi,
oltre porta il sentiero.
Danza...
e danza col futile e il saggio.
Non bramare pesante vantaggio
dalle lune e da veli di sole
nello spremere il tempo
dalla lucida prole
e l'indocile grembo.
Mesci il bianco col nero
e la quiete col nembo
a macchiarti di vero
e fermarti allo zero.
* * *
FUROR SACRI
Cresci dorato magma dalle celle
oppia la mia impotenza ad estraniare
leghe di leggi in lacera irruenza
alla fine del solco che mi sterra.
E interrala nell'umida capienza
degli affondi che spaccano il rigore
dagli ascessi che stringono fratelli...
nella nuda demenza che non danna.
Méscila nella vanvera che espropria
lo svariare contento penetrato
nella nostra penuria dal compasso
della lungimiranza s'un trapasso.
Piegala ed avvicinale nell'ulcere del vizio
l'ossa ammassate che la tepidezza
trancia alle maglie d'un motivo eroico...
E avvampale del loro stesso giogo.
* * *
ECLISSI LUNARE
Che ancóra stai
lassú, oltre il tuo viso
nascosta, ha calcolato
l'osservazione nitida senz'occhio
che t'ha ridotta sfera tra le sfere
e ci ha scoperti
insieme gravitanti ad un pianeta
dedotto agglomerato di carbonio
e pochi altri ingredienti dentro un piano
d'evoluzione verso non sappiamo
dove, quella che ci ha saputo molto bene
tagliare fino quasi al grano minimo
dell'apparenza astratta
ineguagliabile arma del destino
(e di destino non ne vuol sapere).
Eppure non ha fatto che fruttare
subdola diseguale
ai nostri miti mostri ingrati,
al presuntuoso dio dei suoi mercati.
Cosa ci fai lassú
anche quando riluci di riflesso
alla tua stella, faticata stella,
ce l'ha potuto dire
l'urlo dell'emozione
dentro un passo della danza che commenta
alternate evizioni a cranio e cuore:
frammento arrotondato d'astro rotoli
con il tuo tempo dentro
il nostro tempo, e ci rammenti
che anche a bui e notte
arriva sole
e ch'è la nostra terra lagunata
ad oscurarne luce, a surrogarla
nella sua f(r)itta ludoteca avvelenata.
* * *
Kàlimat (verba ... vorant )
Nugoli di parola, parole di
nuvola. Cosa (pur tramite onesto)
dimostreranno
alla mia dedizione a una penna
alla carta
alla finta evezione,
a finita funzione?
Come daranno
a ciascun senzanome
avide glorie
da zitto destino?
Prole di scatole
di ben teso ingegno
prodotto che non
compete col caso,
nobile succhio a carenze d'impegno
nobile mobile
difesa elegante
come sarà
selezione
regnante?
Forse alla musa del tono
è piú grata
la succube stiva che domina cieca
e sprezza occultata
la porta dei fermi raccordi
( soltanto mirati da svegli consensi )
e altrove dimora
tiranna dei sensi
laddove il forgiato
non passa il neonato.
Superba pillola
dell'ozio educato
che porti un effetto per come ti porta
volatile bibita somministrata
da esatti coppieri,
forse anche a me
tu piú non importi
se non per l'ammasso
di scorie che scorti.
* * *
STAGIONE DI RACCOLTA
Come dai fini le fasi fluiscono
grani di sabbie che corrono lente
senza accalcarsi,
ma senza mancare
come un meriggio s' accorda nelle ore
alla sera che poi si dissolve all'andante
chiarore , e le madri scolorano i passi
al verdire che innova
così del tuo campo hai percorso i raccolti
le ruvide brine e l'asciutto
declino, stagioni appartate d'intese
solinghe col sole distante
ed i dèmoni in pioggie pressate
ed erranti nei versi
dal suono segreto d'umbratile assolo
nell'unica indagine delle distese
scrutate nell'orme degli anni espansivi
su assidua evasione hai tessuto
memoria da impacci senili.
Che adesso hai sanato.
(Alla poetessa napoletana
Maria Teresa Cristòfano)
* * *
LA COLPA
Se al mondo così non s'avesse
paura di dire l'amore
per una affrettata risposta
per tante negate occasioni
per l'acido spettro del bello
ed astio al duello
d'antiche sfumate proposte...
se al fondo non fosse tappato
il tocco pudico che insudicia il blocco,
se l'avida forma ci fosse donata
dispetto al sarcastico tempo
che coglie ferite distanti...
allora sedurre
reità non potrebbe.
Ma la colpa s'è fatta metallo
che incatena i colori
che la fanno brillare.
* * *
CROCE
Ruvida spezzi l'immagine
che nel tempo s'andò levigando
aspri scoprendo minuzzoli
che alcun rito non può radunare
getti al silenzio miracoli
che le voci non sanno portare.
Carico dell'altrui facile
e del limpido che alza detrito,
sbocco scarlatto amorevole
sulla livida notte sfociato,
liberi il freddo degli esuli
nell'assisa coscienza dei fermi.
* * *
ERO UNA VOLTA
Lontano sono un tempo forse stato
nuvola che sospesa nel dorato
quadro della sua stella ricamava
brine per il suo letto dove in coro
lucciole erano tracce nel violetto
dono al riposo dell'assorto tetto.
E come tesi a intender di quell'oro
in cui la bianca chioma dondolava,
al suo chiarore alzai la lieve foggia...
e me ne caddi giú, pesata pioggia.
* * *
SETE
Dove andare incrociati
spronati dalle nostre
vastità e imbrigliati
al profumo di eterni inafferrati.
Dove empire la nostra borraccia
che si fa recipiente
all'assueto , ed è troppo...
ed ancor troppo poco...
e perduto.
Eri cieco
e volevi colore
alla forma tentata.
Ora vedi.
E vedere è calore
di mano assetata.
* * *
BATTITO
State alle vostre camere
pulite, a mendicare
un'emozione , il lusso
d'una bellezza,
o di pienezza un gesto.
State nelle bambage
a lambiccare,
a morsicare il tempo
in profumato unguento
di sapore urbano.
Io resto al monte
delle spazzature
a rintoccare al buio,
a ricordare
il vano battito
nel tempo insano.
* * *
PRIMAVERA
Portami via con te
tu sole nella luce
dei saggi, e nei contenti nutrimento,
se perfido mi smunge quel pallore
che ora nitida, ora fosca daga,
la tua ribelle mi rivolge addentro.
Portami via da me rostro potente.
Ai chiari forti semplici di vita,
sazio tepore che mi dia donare.
E tenue argento mi riluca in oro
che più non debba ostacolare freddo
con il patire,
che primavera venga.
* * *
SHAKUHACHI (*)
Ascolta nel mio suono quando
cade la nota, il legame di tempo
inesplorato, quando il soffio posa
sopra il tuo fiato la non musica attesa
ch'è musica di tutto.
Percorrivi l'immoto con i tuoi
passi fermati, che saranno
anche nei nostri
al di là del muro... puoi
sentire tuo respiro
quando gli aliti dormono del vario
nello spazio di ritmo
fra il convesso ed il vuoto
è l'idea di raggiunto
che ora reggi per poco.
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(*) Tipo di flauto giapponese
* * *
EPITAFFIO
Lasci alla terra
grumi e vana
gloria non raccogliendo
utile o dispetto
cede un sorriso l'ultima
attenzione
di quanto dietro ancora
ti rimane
recidi il filo
avanti non compreso
ecco la tana per i desideri
piano scavata serve
anche da tomba.
* * *
TELA
Seguo nel sonno scemo
ancóra il filo
che mi teneva a te
legato il giorno.
Sogno che altrove credo
un tuo ritorno
da quella strada che
mi ha distaccato.
Ma per la notte
è riso rilasciato
l'abbandonare che
da sveglio affilo.
* * *
ECOGNOMIA
C'hanno insegnato a uccidere le mosche.
Ad ingoiare pane imbalsamato.
A convertire dei prati in piste fosche
dove abitacoli recano in privato
la privazione delle agilità...
E cadaveriche melicità
ai polimerici senzabaricentro.
Come se non bastasse appeso dentro
il succo già passato
coagulato.
* * *
SOTTO
Sotto i piedi
di spoglie intrise assorbite
dai marciapiedi in città
rese al rumore
svolgo la cronopatica giacenza
in tappeto di peso ingannatore
di topologiche aree di coscienza
a inseparabili atti
che deragliano al bivio
fra l'angoscia e un amore
d'ammaliante motore
sotto i piedi ed il cuore.
( Al poeta della bohème, * * * ANTON ... E MIO PADRE
A. Rimbaud )
Dopo nove anni mi desta un tuo sorriso
nel sonno lieve d'un tardo mattino.
Come nel sogno un po' uno ed un po' altro,
eri l'amico ...
ed eri anche mio padre.
Mi sorrideva il viso di una festa
dove s'allentano madidi i pensieri.
Occhi serrati docilmente e labbra amiche
a me bimbo - lui in fondo giovinetto,
era ancor brezza il tempo che scorre
a profumare il gusto del passare.
Occhi di tundra e steppa, riscaldati,
tu giovane - io giovane - lui antico,
da un vino lieve che ignaro diffonde,
nel sonno perso da lievi mattini,
te ancora vivo solo in un ricordo,
me ora maturo
... e il papà che sognerò.